Consigli di viaggio · Sud America

TILCARA e dintorni: PURMAMARCA, HORNOCAL e tutto ciò che bisogna assolutamente vedere

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02.05.2016 – 06.05.2016

Ogni nostro articolo che si rispetti inizia con una nostra partenza. Anche questo non è da meno. Da Salta, seduti su di un comodo pullman siamo diretti ad un’altra località argentina. Ma stavolta, a differenza delle altre, da là c’eravamo già passati e quindi sappiamo più o meno a cosa andiamo incontro. Ma non pensate male, noi lo stiamo dicendo con il sorriso sulle labbra. La bellissima Tilcara ci sta aspettando.

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Sul bordo della strada incontrerete tantissimi di questi mini edifici. Ma non perché qua è scomparsa gente, anzi, sono dei segni di devozione in nome dei Santi.
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Da queste parti piace moltissimo scrivere sulle montagne

Arriviamo a tarda sera e, anche se passate poche ore dalla nostra partenza, il paesaggio è del tutto cambiato. Abbiamo infatti lasciato la vita di città di Salta per un più piccolo (per non dire minuscolo) villaggio che però ha così tanto da offrire che sembrerà di stare al centro del Mondo. Il primo impatto con il villaggio è molto positivo, sembra di essere tornati a San Pedro de Atacama, nel deserto; vie strettissime, strade di terra-battuta dove si getta acqua ogni tanto per non creare troppa polvere, case bianche e porte coloratissime ed un centro del paese percorribile in dieci passi. E noi andiamo matti per queste cose. Una delle cose che più adoriamo è il fatto di poter raggiungere qualsiasi posto del paese solamente con l’uso dei piedi e quindi, gambe in spalla, ci dirigiamo verso l’ostello che avrà l’onore (o l’onere?) di ospitarci. Anche questo alloggio lo avevamo adocchiato sull’ormai plurinominato Get South, ed anche stavolta ci è andata fin troppo bene.

Il Tilcara Hostel si trova dall’altra parte del paesino (10 minuti a piedi) e, passando davanti ai caratteristici negozi e dentro le splendide vie, un sorriso ci viene spontaneo. Non è l’Argentina che conosciamo tutti ma è un qualcosa di unico, di speciale. Nemmeno il tempo di toglierci il sorriso ebete dalla faccia che appena entrati nell’ostello ci accoglie una ragazza gentilissima, Sofie, che, con l’ausilio di una mappa e di tanta simpatia, ci aiuta a programmare tutti gli spostamenti per i giorni successivi, regalandoci consigli preziosi su dove andare e cosa vedere. Credeteci, non è facile trovare persone così disponibili. Pure l’ostello è carinissimo, i ragazzi che ci lavorano sono simpatici ed alla mano e ci sono buoni libri e guide da leggere prima di addormentarsi. Il prezzo? 100 pesos ciascuno a notte, la miserabile cifra di 5,88€, colazione inclusa. Sembra essere la perfezione. La notte però dovremmo ricrederci quando il nostro coinquilino di stanza accenderà il trattore nel bel mezzo del sonno. Russa così forte e in maniera così scoordinata che riuscire a dormire è quasi impossibile, ma il nostro odio per lui diventa totale quando alle 05:00 di mattina si sveglia, si alza, accende la luce e si mette a telefonare sdraiato sul letto, urlando come fosse solo…un vero e proprio orso che dorme in camera con noi (senza offesa per gli orsi). Ma che dobbiamo dirvi, viaggiare serve anche ad allenare la pazienza e noi dopo una veloce colazione (pane, burro e marmellata, che domande) gentilmente offerta dall’ostello siamo pronti per iniziare l’esplorazione di Tilcara.

Come consigliato da Sofie incominciamo con il Pucará de Tilcara ove è possibile vedere con i propri occhi le rovine di un antico villaggio costruito molti secoli prima dell’arrivo dei Conquistadores spagnoli. Per il misero prezzo di 60 pesos (meno di 4€) del biglietto avrete anche la possibilità di percorrere le strade di questa piccola fortezza assieme ad un’esperta guida che vi spiegherà e vi farà notare cose che da soli non avreste mai visto. Il tutto è all’interno di una costruzione molto particolare dove tutto è stato studiato a tavolino affinché potessero tenere sempre d’occhio i movimenti nemici. Tutto sarebbe presto spiegato se si conoscesse la lingua Quechua (la lingua madre degli Inca), dove, infatti, Pukará significa niente di meno che fortezza.

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Una fortezza costruita così bene che quasi si mimetizza nella natura

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Nel punto più in alto non poteva mancare un tempio

Ed è anche per questo che la vista dal punto più alto del villaggio è veramente bella ed il panorama ripaga della fatica e dal fiato speso per arrivarci (stiamo pur sempre camminando a 2.500 metri d’altitudine). A fine “tour” sarete liberi di girare per le stradine dell’antica civiltà come più vi piace ma ci sentiamo in obbligo di consigliarvi di riscendere prima di chiusura per fermarvi a scoprire il giardino della struttura dove enormi piante grasse di tantissime specie qui crescono felici.

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Al ritorno prendiamo un’altra strada. Ma il panorama è sempre bello uguale.

Finiamo la nostra visita giusto in tempo per l’ora del pranzo e, sempre su consiglio di Sofie, decidiamo di pranzare al piccolo Mercado Central di Tilcara. Piccolo sì, ma di grandi sapori. Se il vostro viaggio comprende anche questo paesino non lasciatevi sfuggire in nessun modo la cucina delle abuelitas, ovvero le simpatiche vecchiette che cucinano solo ed esclusivamente prelibatezze locali per poi venirle a vendere al mercato, organizzandosi con fornelli, posate, tavoli e sedie di fortuna. Non da tutti, ma se sceglierete di fermarvi da una di loro non ve ne pentirete. Garantito. Ed è proprio qui che riusciamo a trovare e ad assaggiare il famoso Locro di cui vi avevamo parlato nella “puntata precedente”. Oltre a questo prelibato piatto aggiungete un’altra pietanza e due bibite. Spesa totale? 90 pesos argentini, poco più di 5 euro. Uno spettacolo!

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Qua potete trovare patate, mais e spezie che mai avreste immaginato

Ora sì che prima no. A pancia piena (di roba buona) siamo più che decisi a prendere il primo mezzo che ci riporterà in quel punto che tanto ci aveva ammaliato al nostro passaggio soltanto alcuni giorni fa. Con 26 pesos argentini per l’andata ed il ritorno (1,52€) un bus, dopo appena 23 km, è pronto a scaricarci davanti alle porte di Purmamarca. E proprio come era successo la prima volta, anche a questo giro rimaniamo ammaliati da quanti assi nella manica abbia Madre Natura. Montagne, una accanto all’altra, tutte di diverso colore. Il Cerro de los Siete Colores è qui davanti a noi, ma il bello è che non si può ammirare solo da lontano ma, grazie ad un percorso studiato, ci si puo’ avvicinare e studiarlo da diverse prospettive. In pochi minuti raggiungiamo il punto panoramicoPorito”, l’unico a pagamento (5 pesos possiamo anche darglieli), da dove ci godiamo la spettacolare vista ancora da più in alto e da un po’ più vicino. Ora da un lato abbiamo il Cerro de los Siete Colores e dall’altro nientepopòdimeno che il Cerro Morado che colpisce con il suo colore scuro. Cosa potremmo volere di più?

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Riuscite a trovare tutti e sette i colori?

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Durante la passeggiata (perché di passeggiata si tratta) ci imbattiamo in un laboratorio di un’artista molto particolare. Non so voi, ma noi fino ad oggi non avevamo mai visto il legno di cactus al naturale ed è bastato un attimo per innamorarcene. Vedere per credere. Questo legno si ottiene ovviamente dai cactus, ma non potete prenderne uno nel pieno della sua vita e tagliarlo, macché, ve lo farebbe per dispetto di far marcire il legno, dovrete aspettare che muoia di morte naturale. Solo così il suo interno morbido si trasformerà in un bellissimo legno, caratterizzato dalla presenza di fori più o meno grandi  (in corrispondenza di dove una volta c’erano le spine), che l’artista in questione trasformava in tutto ciò che voleva. Siamo estasiati da tutte queste bellezze che si susseguono una dopo l’altra ed il Paseo de los Colores (così si chiama il percorso), che ci porta fino ai piedi della montagna, è pronto a regalarci altre emozioni…

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Non abbiamo ben capito cos’era, però è fantastica
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Il legno di cactus. Stupendo è dire poco.

Il percorso è studiato molto bene e in poco tempo ci ritroviamo sotto le montagne colorate. Da così vicino però non stupiscono come da lontano e proprio qui troviamo una signora che comincia a imprecare contro quest’ultime, dicendoci che molte persone le avevano parlato benissimo di queste montagne ma che a lei sembravano solo una truffa per i turisti. “Que vengan en mi ciudad, Humahuaca, allá sì que hay cerros colorados!“. Divertiti da questa simpatica scenetta riprendiamo il nostro cammino anche se, molto incuriositi, ci segniamo lo strano nome di quel paesino mai sentito prima d’ora.

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Il percorso continua. E che percorso…
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Ogni tanto si incontrano anche rocce di questo colore che viene quasi spontaneo chiedersi del come sia possibile diventino così

Arrivati alla fine del percorso e passati per le singolari abitazioni del luogo, finiamo la nostra visita semplicemente attraversando la strada principale e iniziando così a salire verso il Cerro Morado (il Cerro de los Siete Colores non è possibile scalarlo). La salita è faticosa e se avete voglia di esplorare potrete girovagare per più di due ore. Per noi il tempo stringe e quindi arrivati ad oltre 2.300 metri, di fronte alle montagne colorate, ci mettiamo seduti e iniziamo a contemplare ciò che abbiamo di fronte. La vista dalla cima parla da sola…

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…a parte in questa foto che non è venuta granché

Per farvi capire meglio che razza di posto ci troviamo davanti dobbiamo addentrarci nell’origine del nome: in lingua Quechua (qui tutto è collegato a questa lingua, come da noi il latino) “Purma” significa deserto e “Marca” città, quindi letteralmente sarebbe “Villaggio del Deserto”, anche se in tale lingua per deserto si intende anche la terra non coltivata. Per questo è ritenuta più azzeccata la traduzione “Villaggio del Leone”. Un paesino forte, ma allo stesso tempo stupendo.

Scesi dalla cima, in attesa del nostro bus di ritorno, facciamo un rapido giro per la piazza centrale ed una veloce merenda e appena usciti, con il sole che sta scomparendo, iniziano i primi brividi. Dovete (e dovevamo) fare attenzione poiché l’escursione termica anche qua è notevole e se il pomeriggio si suda a stare fermi, dopo il tramonto senza una felpa bella pesante si muore di freddo. Ormai dobbiamo un po’ patire ma arrivati all’ostello una doccia calda non ce la togli nessuno.

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Non avevamo ancora visto questo tipo di … ma da qua in avanti sarà sempre così

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Piccolo paesino ma ha tanto da regalare

Mai parlare troppo presto. Arrivati al traguardo scopriamo che l’acqua calda non funziona ma la cosa che più ci fa rabbrividire è che anche stanotte, in camera nostra, ci sarà di nuovo lui…

Ah, quasi dimenticavamo. Ieri appena tornati dal nostro tour, ci eravamo informati (sempre grazie a Sofie ed i suoi compari) su come raggiungere Humahuaca e la sua montagna colorata di gran lunga migliore a quella di Purmamarca (o almeno secondo la signora che abbiamo conosciuto). Detto questo, siamo così pronti a raggiungere un altro sperduto paesino sconosciuto anche alla maggior parte degli argentini ma che, come scoprirete presto, vale più di tantissime altre grandi città. Anche se l’inizio non è stato dei migliori…

Come sempre, non avendo mezzo proprio, siamo costretti a salire sull’ennesimo bus (29 pesos andata/ritorno) che macinando 42 km in poco tempo ci porta nella piazza centrale del paese. Qui dovrebbe aspettarci Faustino (un tassista amico di Sofie e contattato da lei stessa) ma i minuti passano e lui non si vede. Ci ha bidonato lui o noi non avevamo capito bene il ritrovo? Rimarrà un mistero. Fatto sta che dobbiamo trovare al più presto un altro taxi (qui vengono chiamati Remis) che sia disposto a portarci fino sotto all’Hornocal, la montagna arcobaleno. Dovete infatti sapere che queste bellezze naturali sono distanti dal centro della città e per arrivarci non esistono strade asfaltate ma solo stradacce sterrate e molto (ma molto) strette. Per questo non esistono autobus che portino lassù e non tutti i tassisti hanno così tanta voglia di portarci persone. E quelli che lo fanno alzano non di poco i prezzi. Comunque, iniziamo a camminare per il paesino (che stavolta assomiglia quasi ad una città) e dopo ripetuti “No” troviamo una persona disposta ad accompagnarci. Ma in due ci verrebbe a costare “troppo” e quindi il tassista in persona si mette alla ricerca di altri due turisti. Dopo una ventina di minuti che aspettiamo torna con la faccia sconsolata; è riuscito a trovare solo una ragazza. Poco importa, partiamo lo stesso!

Il conducente è così gentile da farci lo sconto sul totale del viaggio (510 pesos invece di 550, da dividere in tre, cioè 10€ a testa) e da raccontarci qualche storia del posto, proprio come una vera e propria guida turistica. Nei tempi morti iniziamo a parlare con la nostra compagna d’avventura, Maru, che si scopre essere un’argentina tanto amorevole quanto simpatica. Il viaggio prosegue in mezzo a tante chiacchiere e paesaggi entusiasmanti fino a che non arriviamo ad un capanno con al suo fianco una sbarra di passaggio chiusa. Dopo aver qui pagato l’entrata al “Parco” (30 pesos a mezzo di trasporto, non a persona) davanti a noi si erge lui, il magnifico Hornocal.

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La semplice strada da fare per arrivare fin qua. Ma ne vale completamente la pena…

Purmamarca e Humahuaca hanno davvero una cosa in comune (oltre al nome quasi impronunciabile): sono circondati da montagne coloratissime. Tutte queste cime rocciose formano arcobaleni di pietra che sembrano opera di un artista più che di madre Natura. In poche parole fanno a gara a chi ce l’ha più colorate. E, a dirla tutta, quest’ultima vince, e non di poco. La signora sapeva quello che stava dicendo…

Scopriamo che è possibile avvicinarsi ancora di più a quello spettacolo della natura e allora, macchina fotografica in mano, corriamo tutti e tre per la discesa che ci separa da cotanta bellezza. Nel frattempo il tassista ci aspetterà per massimo un’ora nel remis. Che grande. Ma sessanta minuti in queste situazioni passano anche troppo alla svelta ed il tempo di riuscire a chiudere la bocca dallo sbalordimento che è già l’ora di tornare verso la civiltà. Ma quella che prima è stata una discesa ora è diventata una salita. E che salita. Se pensate che siamo a più di 4.500 metri di altezza sarà facile per voi immaginare quanto lunga sia stata la nostra lingua arrivati nuovamente al remis. Però non ci sono parole per descrivere ciò che abbiamo appena visto. A proposito; se il tempo non vi manca esistono strade che vi portano dai piedi dell’Hornocal fino alla cima di quest’ultimo in due/tre giorni. Niente male, eh?

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Così alti non eravamo ancora mai stati
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Già a quest’altezza è un problema respirare. Se poi davanti ti trovi una bellezza simile…

Dopo altri 25 km di taxi/remis risiamo nuovamente alla meno emozionante Humahuaca. Salutiamo il gentile conducente ma non Maru, con cui passeremo molto altro tempo ancora. A partire dal pranzo. Piazza centrale del paese, un paio di empanadas ciascuno, un simpatico cane che non aspetta altro che un boccone et voilà, el almuerzo è servito. Un giro veloce di Humahuaca, e siamo pronti per ripartire. Sulla via del ritorno ci è stato consigliato (indovinate da chi?) di fermarci per una breve passeggiata anche nei pressi di Uquía, dove si puo’ visitare a piede libero un’altra incantevole realtà del posto: la Quebrada de las Señoritas. E Maru, come già accennato, è dei nostri.

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Compagni di merenda fotogenici
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Terra rossa ovunque

Prendiamo così lo stesso bus che avremmo dovuto prendere per tornare all’ostello ma stavolta, chiedendo conferma all’autista, scendiamo un po’ prima. Davanti a noi un’enorme distesa di steppa, circondata da montagne di colore rosse e bellissimi cactus. Non resta che addentrarci. Il posto è ancora una volta diverso a tutto ciò che avevamo già visto e camminare anche per diverse ore è soltanto un piacere. Ritornati sui nostri passi decidiamo di fare un salto anche nel cento di Uquía, dove ci aspettano due vie, quattro case e una signora con un banchetto di spezie locali; tutte spezie che da noi non si trovano. Qui ci verranno spiegate tutte le erbe più famose e le loro proprietà medicinali. Noi, dopo vari annusamenti, scegliamo la muña muña, un’erba profumatissima che si può bere come tisana o insieme al Mate e che aiuta chi ha problemi di stomaco (per le prossime tappe ne avremo sicuramente bisogno). Ci sembra più che perfetta. Ma la cosa che ci lascia spiazzati è che sarà Maru a regalarcela, augurandoci buon viaggio e di rivederci il prima possibile. Qui infatti le nostre strade si divideranno. Noi prenderemo il bus di ritorno a Tilcare e lei tornerà a Humahuaca per poi tra qualche giorno tornare alla sua Buenos Aires. Un’altra persona che si aggiunge ai ricordi più belli del viaggio.

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Voleva fare il tenore, ma è nato cactus

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Inspiegabile anche la formazione di queste montagne…
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C’è anche quella a forma di nasone pacioccone
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Maru ed un paesaggio magnifico

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Le belle notizie non vengono mai da sole e, tornati al Tilcara Hostel, ci aspetta una bella sorpresa; l’acqua calda non c’è nemmeno oggi (non è questa la bella notizia) e quindi, molto gentilmente, ci spostano in una cabaña (un appartamento)  solo ed esclusivamente per noi. Evviva, stanotte possiamo dormire!

La cabaña è a 5 minuti dall’ostello, di fronte alla piazza centrale (di grandezza 2 metri per 2) ed è veramente un gioiellino. Peccato ci passeremo solo due notti.
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Eccola la nostra nuova casina
La prima di queste è già passata e domani saluteremo, dopo Brasile e Cile, anche l’Argentina. Così, per non dimenticarci dei bei momenti passati insieme, oggi faremo spesa di piccoli souvenir e di piccoli regali (dato che questa è la parte d’Argentina più economica). Finiremo per girare per tutta Tilcara comprando una strana “farina” viola chiamata Api (che tutt’oggi non abbiamo capito come si usa), una sacchettata di patate di tutti i tipi (qui ne hanno veramente tante), un thermos per tenere al caldo l’acqua per il Mate, 2 kg di erba Mate (per paura di non ritrovarla più) e tante e tante altre cose.
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Pochi euro e ci siamo portati a casa addirittura una forma di caprino. VIVA TILCARA!

La giornata passerà così bene e velocemente che non riusciremo ad andare in altri due posti in Tilcara sono molto conosciuti e soprattutto sono raggiungibili a piedi dal paese: la Garganta del Diablo e le Cavernas Waira, dove però avrete bisogno di guide esperte. Se doveste capitarci fateci sapere cosa ci siamo persi e se dobbiamo mangiarci le mani.

Seconda notte nella cabaña, seconda notte di grande dormita. Ci svegliamo tardi, giusto in tempo per andare a fare colazione all’ostello, salutare tutte quelle belle persone e partire per il terminal dei bus. Qui ritroveremo Marta, la fantastica signora che ci ha fatto ridere a crepapelle in un tour di Salta e con la quale inganniamo anche oggi parecchio tempo. Ma basta cianciare, un pullman è arrivato. Ci avviciniamo alla parte frontale del mezzo per accertarci dove sia diretto. La Quiaca – Frontera de Bolivia. Tutto scritto rigorosamente a pennarello. Ok, è il nostro. Arrivederci Argentina, bentrovata Bolivia!

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