POTOSÍ e la "Mina del Diablo"

11.05.2016 – 14.05.2016

Gli ultimi quattro giorni li abbiamo trascorsi alla scoperta del bellissimo Salar de Uyuni. Per tutto il tempo abbiamo macinato chilometri e chilometri su strade sterrate che hanno messo a dura prova gli ammortizzatori della macchina (e i nostri), abbiamo dormito a temperature proibitive (-20°), ci siamo potuti concedere una sola doccia calda e la nostra sveglia non è mai suonata più tardi delle 05:00 di mattina. Tutto veramente bello ed emozionante, ma ora abbiamo bisogno giusto di un po’ di riposo. Ci troviamo a Uyuni centro e per raggiungere una delle due capitali della Bolivia (sì sì, avete letto bene, la Bolivia ha due capitali), La Paz o Sucre, ci vorrebbero circa 10 ore di bus. Arriveremmo così a destinazione alle prime luci del mattino, ma l’idea di un’altra notte su uno scomodo bus non ci allieta più di tanto. Inoltre, arrivare in una grande città all’alba  e senza avere la minima idea di dove alloggiare non è proprio il massimo. Quindi, perché non fare una tappa intermedia? E come se ci avessero letto nella mente, le tipiche venditrici di biglietti di autobus iniziano ad urlare: «Potosí, POTOSÍÍÍÍÍ!!!». Questo nome non ci è nuovo, lo avevamo già sentito; non sappiamo cosa la città abbia da offrire, ma siamo pronti a scoprirlo.

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Il paesaggio fuori dal finestrino è semplicemente stupendo e, come ormai molto spesso succede da queste parti, non riusciamo a fare nient’altro se non guardare fuori dal vetro. Soltanto la guida boliviana (che non è delle migliori) ogni tanto ci fa tornare alla realtà. Facciamo tante piccole soste e ad ognuna di queste sul bus salgono signore e ragazze che vendono empanadas ed altri piatti tipici cucinati da loro. Siamo in Bolivia da poche ore ma la differenza con gli altri Paesi si vede, eccome. Dopo più di tre ore dalla partenza e   qualche infartino per i sorpassi azzardati del conducente il bus si ferma nel bel mezzo di una trafficatissima strada nella periferia di Potosí. Intorno a noi non sembra esserci niente di interessante e, a quanto pare, siamo molto lontani dal centro. Fortunatamente molti viaggiatori hanno preso il nostro stesso bus e dopo qualche chiacchera per decidere il da farsi decidiamo di condividere un taxi con due sorelle israeliane (già conosciute nel Tour di Uyuni) che ad occhio e croce sanno molto meglio di noi dove poter alloggiare. Saliamo sul taxi e senza tanti rigirii le ragazze dicono all’autista: «Hostal La Casona, gracias».

 

All’alloggio, grazie!

Il taxi si ferma in una strada che a prima vista sembra secondaria ma che poi scopriremo essere una parallela delle vie e delle piazze più frequentate della città e anche l’ostello sembra quasi di lusso: un patio enorme dove poter mangiare e conversare, cucina spaziosa, colazione inclusa, camere grandi e addirittura sala per vedere la TV o uno dei tanti DVD a noleggio proprio nell’ostello. E brave le nostre amiche israeliane! Sembra tutto perfetto!

Sembra proprio il posto giusto per passare una bellissima giornata di…riposo! Paghiamo quindi 80 pesos boliviani (10€) cadauno a notte, saliamo in camera, risistemiamo tutti i bagagli, leggiamo, chiamiamo a casa, riguardiamo le foto e la giornata è già finita. Scendiamo quindi per la cena e qui la prima brutta scoperta: la cucina è spaziosa ma dentro non c’è nemmeno una posata. Scopriamo che dobbiamo andare alla reception e lasciare un documento per ricevere in cambio tutto il necessario per cucinare e mangiare. Peccato che il “tutto” qui in Bolivia sarebbero due piatti, due forchette, due coltelli e una padella. E che ci si dovrebbe cucinare? Alla fine qualcosa tiriamo fuori e durante il pasto conosciamo Eduardo, ragazzo spagnolo che ormai lavora a Coyhaique (posto che conosciamo grazie al viaggio per Puyuhuapi) da diversi anni (strano come adesso siano gli europei un popolo di emigranti e che nessuno dica niente). I discorsi vanno avanti per un bel po’ o almeno fino a che a noi due non incominciano a chiudersi gli occhi. Meglio andare a ri-riposare, ma conoscere Edu è stato proprio piacevole.

 

Cosa fare e cosa NON fare

Il secondo giorno, dopo la colazione, capiamo subito qual è l’attrazione principale della città: l’escursione alla miniera. Come abbiamo fatto a scoprirlo? Con i dipendenti dell’ostello che non fanno altro che chiederti se vuoi andarci ogni volta che ti vedono (dato che è organizzata anche da loro)  è difficile non venirlo a sapere. Fortunatamente decidiamo che almeno per oggi non fa al caso nostro e optiamo invece per un’uscita alla scoperta della città. Le vie del centro sono strette e colorate e troviamo diversi edifici che richiamano la nostra attenzione.

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Le piazze centrali delle città sudamericane si chiamano quasi sempre “Plaza de Armas” e sono più o meno fatte sempre nella stessa maniera: così.

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Le vie del centro invece sono tutte una differente dall’altra e tutte molto particolari

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Ci “perdiamo” fra le numerose bancarelle del mercato. I Mercati in questa parte del Sud America hanno una magia tutta loro. Evitiamo sapientemente i banchi con la carne (purtroppo l’odore e lo stato di conservazione creano un mix poco piacevole), curiosiamo fra quelli di stregoneria e ci godiamo quelli coloratissimi di frutta e verdura. Infiliamo le mani negli enormi sacchi verdi pieni di foglie di coca, comprando alla fine qualcosa che renda la masticazione di quest’ultime più piacevole. Si tratta di un cubetto di una pasta nera, simile a liquirizia (ma un po’ più appiccicosa); una puntina basta a cambiare il sapore delle foglie di coca, che al naturale sono così amare che fanno fare le boccacce. Qui masticarle è d’obbligo e un piccolo aiuto male non fa. Abbiamo sì raggiunto punti più alti nel deserto (5.000 m s.l.m.) ma Potosí con i suoi 4090 m s.l.m. è considerata una delle più alte città al mondo e vi assicuriamo che l’aria pura dei 4.000 in montagna, in città si trasforma in tutt’altro.

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“Mercado Central” con vista

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Non hanno solo foglie di coca ma anche tanti tipi di pasta!

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A vederla da quassù non sembra proprio una delle città più ricche della Bolivia. Immaginatevi quelle povere…

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Colui che tutti i turisti chiama a sé: il Cerro Rico

Provate a ritrovarvi, come è successo a noi, all’ora di punta per una strada in salita (qui è tutto un sali-scendi), mentre tutti escono da scuola o da lavoro. I marciapiedi iniziano ad  affollarsi e le strettissime stradine si riempiono velocemente di auto ferme in coda, con il motore rigorosamente acceso (la macchina la spengono solo se la sosta supera i 10-15 minuti). Anche per noi, che ormai dovremmo essere abbastanza abituati all’altitudine, respirare diventa sempre più difficile, cosicché siamo costretti a rifugiarci nel primo negozio spazioso e areato che troviamo. Come se non bastasse, la sera, anche una ragazza brasiliana dell’ostello viene colta da “Soroche” (male d’altura) in maniera talmente brutale che vorrebbe lasciare la città all’istante poiché il mal di testa sembra essere diventato insopportabile. Trasformandoci in infermieri le prepariamo un’infusione con foglie di coca che la rimette in piedi quasi all’istante. Fatto sta che con le altezze boliviane c’è poco da scherzare.

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La tipica ora di punta della città. Ma abbiamo assistito anche a peggio…

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Dice sia un ristorante girevole su cui sia possibile salire anche da turisti. Per noi sembrava troppo lontano dopo una giornata di salite piene di smog.

 

Il “Museo de la Moneda”

Ora però basta camminare in sù e giu. Ci dirigiamo verso il Museo de la Moneda, una delle prime (e tra le più famose) Zecche del Sud America che ha coniato monete per gran parte del Mondo. Solo la premessa ci fa venire lavoglia di visitarla. L’ingresso costa 40 bolivianos (più o meno 5€) ai quali ne vanno aggiunti altri 20 (quasi 2,5€) se si vuole utilizzare la macchina fotografica (non so a voi ma a noi questa ci mancava). Ogni due ore circa parte un tour guidato obbligatorio, dato che senza di quello potrete curiosare solo alla sala d’ingresso e niente più. Ma l’attesa verrà ripagata dalle attenzioni di un’esperta guida che vi mostrerà tutte le stanze dell’immenso edificio, le antiche macchine per coniare i soldi, le modalità di lavoro e le storiche monete del Mondo. La guida vi racconterà tante storie che renderanno il tutto ancora più interessante. Quella che più ci è rimasta impressa è quella sulla scoperta della città e sull’origine del suo nome. Si racconta che l’imperatore Inca Huayna Capac nel 1462 si recò nel luogo dove oggi sorge la città. Una volta giunto ai piedi del Cerro Rico (conosciuto come Sumaj Orcko, Montagna Bella) ordinò ai suoi uomini di andare alla ricerca di minerali preziosi; ma una voce potente proveniente dal cielo, come un tuono, lo fermò dicendo che non doveva saccheggiare la montagna perché il suo argento era destinato ad altri signori. E da qui il nome Potosí. Questa parola infatti deriva da un’antica parola Quechua che letteralmente significa “tuona, esplode”.

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L’ingresso del museo: quella facciona che vedete là ha una particolarità. Se tappate prima una e poi l’altra metà del suo viso con una mano vi sembrerà che abbia cambiato espressione. Noi comunque non ce lo vediamo questo cambio di umore. E voi?

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Solo 20 bolivianos e diventerete anche voi dei giornalisti

Peccato che l’incolumità della montagna non durò per sempre, anzi, soltanto nel 1572 il vicerè Francisco de Toledo, venuto a conoscenza della ricchezza di minerali presenti nella zona, ordinò la costruzione di miniere per l’estrazione. Attorno alle miniere si sviluppò la città di Potosì che alla fine del XVI secolo era già la seconda città più grande dell’impero. E così venne costruita proprio qui una fra le più grandi zecche dell’impero spagnolo: La Casa de la Moneda, il posto dove ci troviamo adesso.

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Dopo le sale dedicate alle monete e tutti i macchinari utilizzati per coniarle la guida ci accompagna anche in delle pinacoteche che raccolgono alcune opere importanti di artisti boliviani. Il quadro più famoso è quello raffigurante la Virgen del Cerro dove la Madonna viene rappresentata come una montagna. Quadri di questo tipo servivano per avvicinare la religione Inca a quella Cristiana e far vedere alle popolazioni locali come fra le divinità che loro veneravano e le figure fondamentali del cattolicesimo ci fosse corrispondenza. Nel quadro troviamo le tre figure della Santissima trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo) e allo stesso tempo le divinità principali degli Inca: Inti (il Sole) e Quilla (la Luna).

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In questo bellissimo quadro si celano sia i più importanti simboli Cristiani e Inca sia tutta la storia del Cerro Rico. Riuscite a trovarli?

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Oltre alle monete troverete anche delle “semplici” borse fatte interamente con argento puro

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Ci saranno anche delle mummie di bambini ad aspettarvi alla fine. Lo sappiamo che non c’entrano niente con le monete ma sono state spostate qua soltanto perché il Museo che le conteneva lo stavano ristrutturando.

 

Strane cose a Potosí…

Nemmeno il tempo di mettere piede dentro l’ostello che troviamo nuovamente Eduardo che ha già la giornata programmata e vuole sapere se vogliamo fargli compagnia: oggi ad uno degli ingressi della miniera del Cerro Rico ci saranno uno sciamano, un lama e tante altre persone. Perché? Volete proprio saperlo? Qui è segno di buona sorte sacrificare un lama vivo e cospargere l’entrata alla montagna con tutto il suo sangue. Grazie mille per l’invito Edu, ma stavolta passiamo.

Per non pensare troppo alla fine del povero lama ecco due caratteristiche molto strane e divertenti di Potosí:

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Tutti i mezzi pubblici della città provengono dall’Asia dell’est. Ah, e se avete gli zaini grossi come i nostri non vi fanno nemmeno salire a bordo.

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Invece dei Vigili Urbani qui troverete delle simpatiche mascotte che fermano le autovetture ed aiutano i pedoni a passare da un lato ad un altro della strada. Tutto questo è fatto soprattutto per facilitare l’insegnamento dell’attraversamento ai bambini. Questa secondo noi è un’idea geniale.

 

Il documentario da vedere

Ormai questa miniera la sentiamo nominare ovunque,  qua non si parla d’altro e quindi la sera, ancora indecisi se fare o meno il tour tra i minatori, decidiamo di guardare un documentario, vincitore di diversi premi, dove la protagonista è proprio la suddetta miniera: “La Mina del Diablo“, di Kief Davidson e Richard Ladkani. I registi hanno incentrato la storia sulla vita di tutti i giorni di Basilio Vargas, un ragazzino di 14 anni che dopo la morte del padre è costretto a lavorare nella miniera insieme al fratellino di 12 anni (già qui pelle d’oca). Dato che vi consigliamo di cuore di dargli un’occhiata vi racconteremo solo a grandi linee la trama; il documentario racconta con una forza sconvolgente la terribile situazione che vivono i lavoratori delle miniere, offrendo anche uno spaccato sulla situazione del lavoro minorile in Bolivia. Bambini che vedono la scuola come il luogo della festa perché quando non si trovano lì sono costretti a lavorare 12-15 ore di fila nella miniera, dove la temperatura puo’ superare i 40° e la disgrazia è sempre dietro l’angolo (si parla di 15 morti al mese, AL MESE). Per questo in Potosí la montagna non è conosciuta come “Cerro Rico” (Montagna Ricca) ma come “La Montaña que come Hombres” (La Montagna mangia Uomini).

Quindi, se avete avuto anche per un minuto la voglia di visitare la miniera, per favore, documentatevi, pensateci, ripensateci e poi prendete una decisione.

Quando il giorno dopo le ragazze israeliane sono tornate all’ostello raccontandoci la loro “bellissima” esperienza alla miniera le loro parole ci hanno fatto rabbrividire. Per loro far esplodere la dinamite era stata una delle cose più belle mai fatte, senza pensare però che per le persone che sono lì dentro tutti i giorni ogni scoppio è come una roulette russa.

 

Conclusione ragionata

Non siamo qui a fare la morale a nessuno ma ci sono molti altri modi di visitare una città. I lavoratori potranno anche essere contenti di fare 10 minuti di pausa per parlare con qualche visitatore straniero, ma le agenzie di tour che fanno soldi sulla loro miseria (proprio come i tour nelle Favelas a Rio de Janeiro), pensate sia giusto che continuino a farlo?

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Per chi lavora in miniera è un po’ come la frase ormai celebre: Plata o Plomo?

Quindi niente attrazione principale della città, niente tour, niente miniera, niente lama sacrificato, niente di tutto questo. Ci siamo dilettati solamente in passeggiate per la città, compere ai mercati, visita dei Musei, scambi di parole con altre persone e tante altre cose che si fanno in una normale città e che tutti dovrebbero poter fare, soprattutto i lavoratori della Mina del Diablo“.

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Se ancora non siete convinti guardate il nostro album per capire
che Potosí è bella anche senza il Cerro Rico. Basta cliccare qui!

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